Nasce in un tempo particolare un "diario in rete".

Tinkunakama, parola in lingua quechua che potrebbe avvicinarsi alle traduzioni: fino a quando ritorneremo ad incontrarci, oppure ancora: fino alla prossima volta.

Un saluto che non pone fine alla relazione, ad un incontro avvenuto, ma spalanca la speranza futura.

Ci rivedremo, per il momento ti porto nel cuore!

lunedì 4 maggio 2020

LUNEDI DELLA IV SETTIMANA DI PASQUA

Il vangelo di oggi ci regala immagini molto care al nostro cuore: la porta, il gregge e il pastore.
Antagonisti sono il ladro e il brigante che non entrano dalla porta, perché il loro scopo è ben altro.
Entrare e uscire, quindi passare da un luogo ad un altro, cambiare spazio e tempo per vivere. L'essere chiamati per nome, perché il guardiano come dice il vangelo, chiama ciascuno per nome.
Conoscere i nomi, è volere entrare in comunione con l'altro, è scoprire nelle vene della storia una vita.
I nostri nomi, sono identificativi della persona, ma dietro e dentro quel complesso di carne-ossa, emozioni, tristezze e gioie, vive l'uomo.
Seguire una sola voce, nel nostro mondo in continuo cambiamento, diventa impresa ardua e difficile. Tempestati da ogni lato da "voci", per lo più disorientanti, ci troviamo senza bussola in mare aperto.

Le immagine della porta e del pastore che Gesù si attribuisce a se, sono indizi per purificare in libertà le nostre vite.
Con oggi inizia per la nostra cara Italia, una nuova fase, chiamata appunto "fase 2". Qualcuno di noi ha rispolverato sicuramente la fede nei giorni scorsi, quando sembrava che il mondo ci cadesse addosso.
Abbiamo fatto fatica a restare nelle nostre case, a mantenere la giusta distanza fisica ... non gettiamo alle spalle tutto questo! La fede nel Risorto che abbiamo riscoperto è paragonabile allo stare in casa, quindi continuiamo ad abbandonarci al Signore consegnando a Lui la nostra vita, e allo stesso tempo, non vanifichiamo gli sforzi della distanza sociale.

Sarebbe sterile gettar via la riscoperta che abbiamo avuto del Risorto e uscire senza un vero motivo dalle nostre case.
Che la nostra riposta alla voce-chiamata del Signore sia e continui ad essere coraggiosa!

domenica 3 maggio 2020

IV DOMENICA DI PASQUA





Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce. 

Rinfranca l'anima mia.
Mi guida per il giusto cammino
a motivo del suo nome.
Anche se vado per una valle oscura,
non temo alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. 

Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo;
il mio calice trabocca. 

Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore
per lunghi giorni. 





COMMENTO

Sussidio CEI




La IV Domenica di Pasqua – in tutti e tre i cicli dell’anno liturgico – è dedicata al Buon Pastore. Nei versetti del cap. 10 di Giovanni, proposti quest’anno, Gesù in realtà si paragona anzitutto alla «porta» delle pecore, ma l’immagine del pastore è presente, contrapposta all’estraneo, ladro e brigante. Il contesto è di controversia, con i farisei che avevano contestato a Gesù il miracolo verso il cieco nato (cap. 9): sono loro, quindi, i pastori non buoni, che non vanno seguiti. In ciò, Gesù riprende una lunga tradizione biblica, di accusa verso i falsi pastori che abbandonano il gregge (si pensi alle invettive dei profeti Ezechiele o Zaccaria). Ma Dio – dice la Scrittura – non abbandonerà mai le sue pecore: e anche Gesù parla di un pastore che conosce le pecore per nome, che le guida, e di cui esse conoscono la voce; e di una porta sicura, che reca con sé salvezza e vita.


Si tratta forse di immagini un po’ strane al giorno d’oggi (in verità, il Vangelo afferma che neanche i farisei capirono quelle parole!), ma la promessa che esse con- tengono mantiene tutta la sua forza: Dio si prende cura del suo popolo e lo fa in modo incondizionato (come ricorda Lc 15, va in cerca anche della pecora smarrita). Agisce per amore, non come l’estraneo, il ladro o il brigante, che ha sempre un secondo fine. C’è molta tenerezza nell’immagine del pastore che chiama ciascuna pecora per nome, le conduce fuori, cammina davanti ad esse. E le pecore sanno chi seguire, dice Gesù.


Sono molte le voci che ascoltiamo ogni giorno, e in questi tempi difficili ancora di più. Gli esperti, gli scienziati, i politici, i vari influencer di turno. Il Vangelo ci ricorda l’importanza di discernere, di saper distinguere, tra le voci, quella autentica. Non è facile, certo. Ma il tempo di quarantena prolungata che stiamo vivendo può essere un’occasione buona per sperimentare quella solitudine buona, in cui il Signore si può rivelare; quel silenzio, in cui la voce di Dio può risuonare. Ed è occasione per ascoltare le voci dei nostri pastori, dal Papa ai vescovi ai tanti sacerdoti che con umiltà e creatività stanno cercando di accompagnare questi giorni difficili (pensiamo ai grandi gesti di Francesco in Quaresima).


«Io sono venuto perché abbiano la vita... in abbondanza», conclude Gesù. Noi tutti abbiamo bisogno di vita e cerchiamo, sempre, ciò che conduce alla vita. Non perdiamo l’opportunità di raffinare la capacità del nostro cuore di cogliere dov’è la vita vera e abbondante. La pandemia sia occasione per liberarci dalle false certezze e rimanere saldi là dove possiamo trovare forza e ristoro. Nessuna circostanza può impedire al Signore di donare pascolo, e vita. A noi è chiesto di seguire, sapendo che la via è aperta e la porta è sicura. Cosa ci può rendere liberi, in fondo, se non questa amorevole relazione di dipendenza dal Signore? L’illusione di essere gli unici padroni della nostra vita ha subito un duro colpo, a causa del virus... non corriamo il rischio di tornare indietro, seguendo le false voci di prima.

Non ci diamo noi la vita, ma abbiamo chi è venuto per questo: «Io sono venuto perché abbiano la vita, e l’abbiano in abbondanza».

NUOVA VERSIONE - DISPOSIZIONI PER LE CELEBRAZIONI FUNEBRI -



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sabato 2 maggio 2020

SABATO DELLA III SETTIMANA DI PASQUA

Ti rendo grazie, Signore, perché mi hai salvato.


Le guarigioni che la prima lettura ci regala, quella di Enea e di Tabità ci sospingono verso una vita nuova, una nuova realtà: incominciare a vivere.

La cosa fu risaputa in tutta Giaffa, e molti credettero nel Signore.

Come non essere riconoscenti al Dio della Vita, quando nuovamente ci rialza dalla caduta!
Non solo la riconoscenza, ma addirittura la fede: credere nel Signore. 
A noi discepoli del 2020 ci viene donata questa Parola su cui dovremmo fidarci, ma spesso vogliamo segni tangibili di risurrezione, dimenticando l'abbandono fiducioso in Lui.
In sostanza: credo perché ho visto, e niente più.
Credere però non è solamente vedere, ma è soprattutto affidarsi.
La Parola di Dio, come dicono i discepoli, alla volte è DURA, non si comprende e nemmeno si mette in pratica.
Pietro però, nel suo stile, parla col cuore:

«Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».

Sforziamoci di seguire il Risorto ogni giorno, perché le sue parole sono fondamento per la nostra vita. 

venerdì 1 maggio 2020

VENERDI DELLA III SETTIMANA DI PASQUA

Ma il Signore gli disse: «Va', perché egli è lo strumento che ho scelto per me, affinché porti il mio nome dinanzi alle nazioni, ai re e ai figli d'Israele; e io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome».

Il passaggio che il libro degli Atti ci propone oggi è la conversione di Saulo sulla via di Damasco.
Capita  ed è capitato ad ognuno di noi di trovarci faccia a faccia con un "Anania" mandato dal Signore e ci abbia aiutato a riprendere la vista.
Anania fa parte di quella grande cerchia di fratelli e sorelle che il Signore mette sul nostro cammino, coloro che sono capaci, perché illuminati dal Signore nel farci riprendere il cammino di fede.
Il nostro credere, ogni giorno va purificato, pulito, rinnovato.

Iniziamo oggi un nuovo mese, il mese mariano. Chiediamo l'intercessione a Maria nostra madre e compagna di cammino che ci prenda per mano per condurci da suo Figlio.


Santa Maria, donna dei nostri giorni, vieni ad abitare in mezzo a noi. Tu hai predetto che tutte le generazioni ti avrebbero chiamata beata. Ebbene, tra queste generazioni c'è anche la nostra, che vuole cantarti la sua lode non solo per le cose grandi che il Signore ha fatto in te nel passato, ma anche per le meraviglie che egli continua a operare in te nel presente.
Fa' che possiamo sentirti vicina ai nostri problemi. Non come Signora che viene da lontano a sbrogliarceli con la potenza della sua grazia o con i soliti moduli stampati una volta per sempre. Ma come una che, gli stessi problemi, li vive anche lei sulla sua pelle, e ne conosce l'inedita drammaticità, e ne percepisce le sfumature del mutamento, e ne coglie l'alta quota di tribolazione.
Santa Maria, donna dei nostri giorni, liberaci dal pericolo di pensare che le esperienze spirituali vissute da te duemila anni fa siano improponibili oggi per noi, figli di una civiltà che, dopo essersi proclamata postmoderna, postindustriale e postnonsoché, si qualifica anche come postcristiana.
Facci comprendere che la modestia, l'umiltà, la purezza sono frutti di tutte le stagioni della storia, e che il volgere dei tempi non ha alterato la composizione chimica di certi valori quali la gratuità, l'obbedienza, la fiducia, la tenerezza, il perdono. Sono valori che tengono ancora e che non andranno mai in disuso. Ritorna, perciò, in mezzo a noi, e offri a tutti l'edizione aggiornata di quelle grandi virtù umane che ti hanno resa grande agli occhi di Dio.
Santa Maria, donna dei nostri giorni, dandoti per nostra madre, Gesù ti ha costituita non solo conterranea, ma anche contemporanea di tutti. Prigioniera nello stesso frammento di spazio e di tempo. Nessuno, perciò, può addebitarti distanze generazionali, né gli è lecito sospettare che tu non sia in grado di capire i drammi della nostra epoca.
Mettiti, allora, accanto a noi, e ascoltaci mentre ti confidiamo le ansie quotidiane che assillano la nostra vita moderna: lo stipendio che non basta, la stanchezza da stress, l'incertezza del futuro, la paura di non farcela, la solitudine interiore, l'usura dei rapporti, l'instabilità degli affetti, l'educazione difficile dei figli, l'incomunicabilità perfino con le persone più care, la frammentazione assurda del tempo, il capogiro delle tentazioni, la tristezza delle cadute, la noia del peccato. ..
Facci sentire la tua rassicurante presenza, o coetanea dolcissima di tutti. E non ci sia mai un appello in cui risuoni il nostro nome, nel quale, sotto la stessa lettera alfabetica, non risuoni anche il tuo, e non ti si oda rispondere: «Presente!».
Come un' antica compagna di scuola.

don Tonino Bello

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